Corpi esposti, persone cancellate: quando lo sguardo diventa potere
Uno scatto, e poi una ripresa, immortalano una vetrina: sopra un vecchio televisore spento, ci sono dei corpi. Sono bambole, nude, immobili, esposte. Nessuna storia, nessuna voce, nessun contesto. Solo presenza visiva. Solo sguardo. Quella che può sembrare una semplice, e neutra, immagine di street photography si trasforma in una potente metafora di come funziona, spesso, la narrazione dominante.
Mostrare non significa raccontare
Viviamo in un tempo in cui tutto è visibile. I corpi, il dolore, la marginalità, la violenza. Ma questa visibilità nella maggior parte dei casi non è sinonimo di comprensione. Anzi: molto spesso è il contrario. I media mostrano, ripetono, espongono. Ma raramente spiegano nè tantomeno analizzano. Quasi mai restituiscono complessità, relazioni di potere, responsabilità.
In questo modo i corpi diventano superficie, oggetti di consumo visivo, elementi di una scena che non richiede empatia né presa di posizione. La televisione spenta sotto quei corpi è un simbolo chiaro: l’informazione c’è, ma è muta. Presente, ma disattivata.
Pensiamo al racconto mediatico delle periferie, delle migrazioni, della povertà: immagini forti, numeri, volti senza nomi. Dai media principali ci vengono presentati corpi che non chiedono giustizia, ma solo attenzione momentanea. Persone separati dalle loro storie, così non disturbano, non fanno domande, non mettono in discussione nulla. Persone che diventano oggetti.
Restituire voce, rompere la vetrina
Raccontare significa, esattamente, rompere questo meccanismo. Significa restituire parola, contesto, conflitto. Significa spostare lo sguardo dall’oggetto alla persona, dalla superficie alle cause. Non basta mostrare i corpi. Bisogna raccontare le vite.
Non basta guardare. Bisogna capire da dove nasce ciò che vediamo e chi ne trae vantaggio.
L’immagine della vetrina, quindi, non contiene solo bambole e televisione ma parla di noi. Ci dice di prire gli occhi, ci mette di fronte alla scelta di cosa scegliamo di vedere. E soprattutto di cosa accettiamo non vedere.