Quando l’infanzia diventa terreno di propaganda
Negli ultimi giorni, il Paese è stato travolto dalla storia della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Un racconto trasformato in caso nazionale, ingigantito dalle narrazioni mediatiche e subito cannibalizzato dalla politica, che ha colto l’occasione per l’ennesimo attacco alla magistratura, questa volta quella minorile.
È un copione già visto: si prende una vicenda complessa, delicata, che riguarda minori e situazioni di fragilità, e la si riduce a slogan, colpi di dichiarazioni e semplificazioni brutali.
Il tutto in vista del referendum confermativo sulla riforma della giustizia.
Cosa dice il Tribunale dei Minorenni dell’Aquila
Secondo quanto riportato nel comunicato ufficiale dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, l’intervento dell’autorità giudiziaria:
- non è stato improvviso,
- non è stato ideologico,
- non è stato deciso sulla base della condizione economica o abitativa.
È arrivato dopo oltre un anno di osservazione, percorsi di aiuto, prescrizioni ignorate ripetutamente e varie forme di sostegno attivate dai servizi territoriali.
Solo quando ogni tentativo si è rivelato vano, si è arrivati all’ “extrema ratio”: la tutela giudiziaria.
In altre parole: non è stato lo Stato a separare una famiglia.
È stata la necessità di proteggere i minori, garantendo loro diritti essenziali — salute, istruzione, crescita psicofisica — che venivano compromessi.
La politica entra nel bosco…
La parte più inquietante di questa vicenda non riguarda la “vita nel bosco”, ma la “vita nel sottobosco” politico-mediatico.
Forze politiche che nulla sanno di tutela minorile hanno cavalcato il caso per colpire la magistratura proprio mentre nel Paese si discute – e si voterà – sulla riforma della giustizia.
Attacchi frontali, accuse infondate, insinuazioni pesantissime contro tribunali, assistenti sociali e operatori che, quotidianamente, lavorano in condizioni difficilissime per proteggere i bambini.
Un clima velenoso, utile non alla verità, ma alla propaganda.
Quando i minori diventano strumento di battaglia politica
In nessun Paese civile dovrebbe accadere che i minori diventino carburante per campagne elettorali.
Eppure succede.
Soprattutto quando la giustizia minorile, con le sue procedure lente e silenziose, incontra una politica urlata che, pur di colpire il “nemico”, è disposta a mettere in discussione l’indipendenza di chi tutela i più fragili.
Il comunicato dei magistrati lo dice chiaramente: la vicenda è stata strumentalizzata, distorta, politicizzata.
Ed è un allarme che non può essere ignorato.
E noi? Da che parte dobbiamo stare?
Da sempre, la nostra linea è chiara:
- in uno scontro tra propaganda e diritti, noi difendiamo i diritti;
- in un conflitto tra slogan e complessità, scegliamo la complessità;
- in una battaglia tra interessi elettorali e tutela dei minori, stiamo senza esitazione accanto ai minori.
Perché la politica può anche trasformare un bosco in un ring. Ma la giustizia minorile no.
La vera domanda non è dove viveva quella famiglia. La vera domanda è:
dove vive la politica quando si tratta di responsabilità, verità e tutela dei più fragili?