La scuola dovrebbe essere il primo spazio pubblico in cui l’uguaglianza non è una parola astratta ma una pratica quotidiana. È il luogo in cui bambini e ragazzi entrano in una comunità che li riconosce come persone, non come etichette. Per questo la notizia che arriva dal Ministero dell’Istruzione e del Merito è particolarmente grave.
La Direzione Generale per gli Affari Internazionali del MIM ha avviato una rilevazione degli alunni palestinesi presenti nelle scuole statali e paritarie per l’anno scolastico 2025/2026, chiedendo agli Uffici Scolastici Regionali di raccogliere dati numerici sugli iscritti e, in una sezione facoltativa, informazioni su eventuali percorsi di inserimento o affiancamento.
Una domanda sorge spontanea, ed è la stessa posta dalla FLC CGIL:
a che fine? E perché solo gli alunni palestinesi?
Una rilevazione senza motivazione
Il punto non è la raccolta dei dati in sé. Le amministrazioni pubbliche raccolgono dati continuamente.
Il punto è l’assenza totale di una motivazione esplicita, soprattutto quando i dati riguardano l’identità nazionale di una parte specifica della popolazione scolastica.
Secondo quanto denunciato dal sindacato, questa informazione dovrebbe già essere nelle disponibilità del Ministero. Ma anche nel caso in cui l’obiettivo fosse monitorare i percorsi di inserimento, la modalità scelta appare evidentemente discriminatoria, perché selettiva su base nazionale e non fondata su criteri pedagogici o sociali.
In altre parole: se davvero si vuole migliorare l’inclusione, perché non rilevare i bisogni educativi di tutti gli studenti in condizioni di fragilità? Perché concentrare l’attenzione su una sola nazionalità?
Una raccolta di dati che diventa schedatura
La FLC CGIL parla apertamente di una forma di schedatura non coerente con i principi costituzionali.
La rilevazione, infatti, è basata sull’identità nazionale dei soli alunni palestinesi, creando un precedente pericoloso: la scuola che smette di essere luogo di tutela e diventa strumento di classificazione etnica o geopolitica.
Non siamo davanti a una questione tecnica o burocratica. Siamo davanti a una scelta politica.
In un contesto internazionale segnato da una forte polarizzazione sul conflitto israelo-palestinese, chiedere un censimento mirato rischia di trasformare i bambini in oggetti di sospetto, anche quando nessuno lo dichiara apertamente. La storia insegna che le schedature “neutre” sono spesso il primo passo verso pratiche di esclusione.
La scuola non è un ufficio di polizia
Il sindacato ha chiesto al Ministero di chiarire immediatamente le finalità del censimento e di garantire che i dati non vengano utilizzati in modo improprio o discriminatorio. Ha inoltre ricordato che il MIM non può chiedere alle scuole azioni selettive su base etnica, perché questo contraddice le finalità costituzionali delle comunità educanti.
Questo passaggio è centrale.
La scuola non è un apparato di sicurezza. Non è un luogo di controllo sociale. Non è uno strumento di categorizzazione delle persone. È — o dovrebbe essere — uno spazio di emancipazione, tutela e uguaglianza.
Ogni volta che si introduce una logica selettiva, si sposta il confine tra educazione e controllo. E una volta spostato, è difficile riportarlo indietro.
Il problema non è solo questo censimento
Il problema non è solo questa specifica rilevazione. Il problema è la normalizzazione dell’idea che sia legittimo distinguere, contare e classificare le persone in base alla loro origine, soprattutto quando il contesto politico alimenta paure e semplificazioni.
È la stessa logica che abbiamo già visto operare su migranti, poveri, periferie: prima si costruisce un’emergenza, poi si giustifica il controllo, infine si restringono i diritti.
Quando questo meccanismo entra nella scuola, il danno è doppio:
si colpiscono persone vulnerabili e si educano le nuove generazioni all’idea che la discriminazione possa essere una pratica amministrativa normale.
Difendere la scuola come spazio democratico
Difendere la scuola significa anche difenderla da questo tipo di derive. Significa pretendere trasparenza sulle finalità delle raccolte dati, rispetto dei principi costituzionali, rifiuto di ogni forma di schedatura etnica.
Non è una battaglia ideologica. È una battaglia democratica.
Se accettiamo che si schedino i bambini oggi, domani accetteremo molto altro.