Trump: Nobel per la guerra

Donald Trump

Donald Trump sognava il Nobel per la pace. Lo ha detto più volte, convinto che la storia lo avrebbe ricordato come un grande pacificatore. I numeri, però, raccontano altro: in meno di un anno di mandato ha bombardato otto Stati.
E nella notte, a pochi giorni dall’inizio del 2026, ha ordinato un raid aereo contro il Venezuela e il sequestro del presidente Nicolás Maduro.

Un atto che rappresenta una grave violazione del diritto internazionale e apre uno scenario pericoloso sul piano geopolitico. Perché, al di là delle valutazioni politiche sul governo venezuelano, la legalità internazionale non può essere applicata a geometria variabile.

Trump ha trasformato la politica estera in una sequenza di operazioni muscolari, spesso giustificate con il linguaggio della sicurezza e della democrazia. Ma non esistono bombardamenti umanitari né sequestri “atti d’amore per il bene dei popoli”. La pace non nasce dall’umiliazione degli Stati né dall’uso della forza.

L’attacco al Venezuela segna l’ennesimo passaggio di una strategia che considera il mondo come un’arena in cui il più forte detta le regole. Una logica che mina le basi stesse del diritto internazionale e rende ogni conflitto potenzialmente infinito.

Nel 2026, il rischio è che la guerra venga definitivamente normalizzata, accettata come strumento ordinario della politica globale. Per questo oggi il pacifismo non è un’utopia, ma una necessità politica e morale.

La pace non si costruisce con i raid aerei. E non si annuncia con le manette.

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