Trump non trova pace | Politicamente Scorretto S03 E05

Donald Trump aspirava al Nobel per la Pace. Il riconoscimento 2026 è andato invece alla giurista sudafricana Navi Pillay, figura di primo piano nella difesa dei diritti umani e del diritto internazionale.

La reazione del presidente statunitense è stata tutt’altro che sportiva. Trump ha criticato la scelta e rivendicato di aver risolto otto guerre. Otto: a questo punto, più che un Nobel, gli servirebbe un ufficio statistico indipendente per verificare il bilancio.

Ma la questione va ben oltre il risentimento personale.

Il 9 ottobre l’amministrazione statunitense ha annunciato sanzioni contro la Corte penale internazionale. Una misura che rischia di ostacolare il lavoro di un organismo chiamato a perseguire crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. L’iniziativa ha suscitato dure reazioni internazionali e la preoccupazione dell’Unione europea.

Il calendario rende la vicenda ancora più significativa: le sanzioni sono arrivate poche ore dopo l’annuncio del Nobel a Pillay, già giudice della Corte. Una coincidenza che non dimostra da sola un rapporto di causa ed effetto, ma che rende inevitabile interrogarsi sul messaggio politico di queste decisioni.

La giustizia internazionale, infatti, non può essere considerata autorevole soltanto quando indaga sui nemici e irrilevante quando le sue decisioni toccano alleati o interessi nazionali.

Il principio dovrebbe essere semplice: nessuno è al di sopra della legge.

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la svolta nei rapporti con Mosca.

Trump ha annunciato un accordo per l’approvvigionamento di diesel russo e la sospensione temporanea delle sanzioni statunitensi sulle relative esportazioni. Una scelta presentata anche come risposta all’aumento dei prezzi dell’energia, ma che ha provocato forti critiche in Ucraina e tra gli alleati europei.

Il giorno successivo, Trump ha attaccato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivando a sostenere che l’Ucraina dovrebbe avere un nuovo leader.

Il contrasto è evidente: con Vladimir Putin si apre un canale commerciale, mentre a Zelensky viene contestata la sua stessa permanenza alla guida del Paese.

Non è necessario rifiutare ogni negoziato con Mosca per riconoscere la contraddizione. Parlare con il Cremlino può essere indispensabile per fermare la guerra. Ma una trattativa credibile deve tenere conto della sovranità ucraina, delle responsabilità dell’aggressione e delle garanzie necessarie a evitare un nuovo conflitto.

Altrimenti la pace rischia di trasformarsi in un accordo tra potenti, pagato da chi ha meno potere.

È qui che il pacifismo smette di essere una dichiarazione di buone intenzioni e diventa una scelta politica.

Non significa confondere aggressori e aggrediti. Non significa rifiutare la diplomazia. E non significa considerare inutili le istituzioni internazionali.

Significa, al contrario, pretendere che la diplomazia non cancelli il diritto, che gli accordi non garantiscano impunità e che la fine dei combattimenti non sia soltanto il nome elegante dato alla resa del più debole.

Il Nobel per la Pace non è un premio alla vanità di chi governa. È un riconoscimento che dovrebbe richiamare tutti, soprattutto chi detiene il potere, alla responsabilità di costruire condizioni di pace duratura.

Per questo la domanda non è se Trump meritasse il Nobel.

La domanda è che cosa significhi parlare di pace mentre si colpisce un tribunale internazionale, si riaprono rapporti economici con Mosca e si mette sotto pressione il presidente del Paese invaso.

La pace non è un trofeo personale. E il diritto internazionale non può diventare un ostacolo da rimuovere quando dà fastidio.

Perché, se il risultato della diplomazia è che il più forte detta le condizioni e il più debole deve soltanto accettarle, non abbiamo costruito la pace.

Abbiamo semplicemente dato alla legge del più forte un nome più presentabile.

Trump non trova pace | Politicamente Scorretto S03 E05

Listen to this episode from Notizie Migranti – il Podcast on Spotify. Trump non vince il Nobel per la Pace. Poi sanziona la Corte penale internazionale, fa un accordo con Putin e attacca Zelensky. E la chiama strategia per far cessare il nono conflitto del suo mandato presidenziale.

Non lasciarla invisibile

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