C’è un momento dell’anno in cui il mondo sembra fermarsi. Le lucine si accendono, le città si riempiono di auguri, i politici riscoprono parole che durante l’anno tengono ben nascoste: pace, solidarietà, umanità.
È Natale. E per qualche giorno facciamo tutti finta che il mondo sia un posto migliore.
Anche chi, per il resto dell’anno, vota contro l’accoglienza, finanzia la guerra, giustifica i respingimenti e chiama “sicurezza” ciò che sicurezza non è. A Natale va tutto bene: basta dirlo con il tono giusto, possibilmente davanti a un presepe.
Il paradosso è che il Natale racconta una storia semplicissima: un bambino che nasce povero, una famiglia in fuga, nessuna casa disponibile. Una scena che oggi chiameremmo “emergenza migratoria”.
Con la differenza che allora non c’erano decreti sicurezza, ma solo una stalla.
Viene da chiedersi cosa succederebbe oggi a quella famiglia. Probabilmente qualcuno direbbe che “non ci sono le condizioni”. Che “l’accoglienza va regolata”. Che “non possiamo permettercelo”. Magari per non rovinare l’atmosfera natalizia.
Già, l’atmosfera. Quella che si rovina se si parla di disarmo mentre si apparecchia.
Se ricordi che, mentre scartiamo regali, da qualche parte nel mondo qualcuno scava tra le macerie.
Meglio abbassare il volume della realtà e alzare quello delle canzoncine.
Ma la pace non è una decorazione da appendere a dicembre. Non è un hashtag stagionale.
Non è una tregua emotiva tra un bombardamento e l’altro.
La pace è una pratica quotidiana. È scegliere la giustizia invece della paura. È ricordarsi che nessun regalo vale quanto una vita salvata. È non smettere di pensare, nemmeno durante le feste.
No, noi non vi diremo di essere più buoni. Vi diremo di essere più giusti. Che è meno comodo, ma molto più necessario.
E allora sì, Buon Natale.
Buon Natale a chi accoglie. Buon Natale a chi diserta l’odio. Buon Natale a chi non spegne la coscienza insieme alle luci dell’albero.
Perché il Natale passa. I panettoni finiscono. Ma il mondo che lasciamo dopo le feste… resta.