Cenone e confini: cosa arriva davvero sulle nostre tavole

Cenone Natale

Al mercato, la mattina del 24 dicembre, non c’è spazio per fermarsi. Le cassette di arance passano di mano in mano, i furgoni arrivano e ripartono, le bilance non smettono di segnare numeri. Il Natale è domani, ma qui sembra già iniziato da giorni.

«In questo periodo non ci si ferma mai», dice Moussa, 34 anni, mentre sistema le reti di agrumi. Lavora nella Piana di Gioia Tauro da quattro anni. «Le arance devono partire. Se restano qui, non valgono più niente».

Il cenone comincia molto prima delle tavole imbandite. Comincia nei campi, nei magazzini, sulle strade percorse dai camion che viaggiano di notte. È un Natale che non profuma di spezie o dolci, ma di terra umida e gasolio.

Il tempo delle feste, il tempo del lavoro

Nei giorni che precedono il Natale, la filiera alimentare accelera. La domanda cresce, i margini si stringono, il lavoro si intensifica. Nei campi del Sud, ma anche nei centri di smistamento e nella logistica, i turni si allungano.

«Lavoriamo anche il 24», mi racconta Moussa. «Il 25 dipende. Se c’è da caricare, si carica». Non parla di straordinari, né di festività. Sono parole che qui circolano poco.

A centinaia di chilometri di distanza, in un grande magazzino della logistica, Ana indossa una pettorina fluorescente e cammina tra le corsie. È arrivata dal Perù cinque anni fa. «A Natale c’è più lavoro», dice. «La gente compra di più. Noi spediamo di più».

Ana non sa dove finiranno i pacchi che prepara. «Dolci, bottiglie, scatole. Non ci penso. Faccio il mio turno e basta».

Il cibo che attraversa i confini

Sulle tavole natalizie arrivano prodotti che hanno attraversato confini geografici e sociali. Arance raccolte da mani migranti, cacao e caffè coltivato in America Latina, spezie e frutta secca dall’Africa. Ogni ingrediente porta con sé una storia di lavoro, spesso lontana dalle immagini delle feste.

Nel retro di un negozio, nella periferia di una grande città Hassan sistema sacchi di riso e spezie. È il titolare, ma anche l’unico dipendente. «A Natale vendo di più», dice. «La gente cerca sapori diversi. Anche chi non li mangia tutto l’anno».

Hassan è arrivato in Italia dal Bangladesh vent’anni fa. «Quando preparo il cenone per la mia famiglia», racconta, «uso le stesse cose che vendo. È tutto qui, sugli scaffali».

Tavole piene, storie vuote

Il cenone è un rito collettivo, carico di simboli. Ma raramente include le storie di chi ha reso possibile quel rito. Il lavoro che permette l’abbondanza resta sullo sfondo, normalizzato, silenzioso.

«Quando finisco il turno, la sera del 24, vado a casa e mangio qualcosa di veloce», dice Ana. «Il giorno dopo riposo, se va bene». Non c’è enfasi nella sua voce. È una constatazione.

Il Natale, visto dalla filiera del cibo, è un tempo di passaggio. Le merci scorrono, le persone restano. I confini si attraversano sotto forma di prodotti, non di diritti.

Guardare la tavola per intero

Raccontare cosa arriva davvero sulle nostre tavole non significa rinunciare alla festa. Significa guardarla per intero. Considerare il cibo non solo come consumo, ma come risultato di relazioni di lavoro, spesso diseguali.

Il cenone finisce, i piatti si svuotano, i resti vengono riposti in frigorifero. Fuori, da qualche parte, qualcun altro sta già lavorando per il prossimo carico. Anche questo è Natale. Solo che non si vede.

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