La retorica del “Natale cristiano” e l’uso politico della fede

Alla fermata dell’autobus, un manifesto augura, più o meno, un Buon Natale cristiano. Sotto, un richiamo all’identità, alla tradizione, ai confini da difendere. Nessun riferimento al presepe, al Vangelo, alla nascita raccontata come fuga e precarietà. Solo uno slogan.

«Io sono cristiana», dice Teresa, 67 anni, pensionata, mentre aspetta l’autobus con una borsa della spesa. «Ma questo non è il Natale che conosco». Indica il manifesto. «Mi sembra più una bandiera che una festa». Teresa va in chiesa la domenica, partecipa alla Caritas della parrocchia. «A Natale arrivano più persone. Italiani, stranieri, chiunque abbia bisogno». Dice “chiunque” senza enfasi, come fosse ovvio.

La fede evocata, non praticata

Ogni anno, nel periodo natalizio, il richiamo al “Natale cristiano” riappare nel discorso pubblico. Serve a delimitare un’appartenenza, a marcare un “noi”. Più raramente a interrogarsi sul contenuto di quella fede.

In una parrocchia di periferia, don Paolo sistema alcune sedie prima della messa. «A dicembre aumentano le parole sulla fede», dice. «Non sempre aumentano i gesti». Non fa nomi, non serve. Durante la distribuzione dei pacchi alimentari, non chiede documenti. «Qui entrano persone», dice soltanto. Il presepe è in un angolo, semplice. «La Sacra Famiglia non aveva una casa», aggiunge, quasi parlando a sé stesso.

Chi resta fuori dal “noi”

Nel centro di accoglienza, il Natale arriva con discrezione. Un piccolo albero, qualche decorazione di carta. «Non è una festa religiosa per me», dice Joseph, 26 anni, nigeriano. «Ma è un giorno importante. Qui siamo tutti insieme».

Joseph è cristiano anche lui, ma non sente quel “Natale cristiano” come qualcosa che lo includa. «Quando lo sento dire in televisione», racconta, «penso che non parlino di me».
La fede evocata nei discorsi politici sembra spesso avere confini rigidi. Serve a escludere più che a riconoscere. A semplificare una realtà che, nelle parrocchie e nei centri sociali, è molto più mescolata.

Tradizione come recinto

Nel linguaggio pubblico, la tradizione diventa un recinto. Si invoca il Natale per difendere un’identità percepita come fragile, più che per praticare un messaggio. Accoglienza, cura, prossimità restano parole secondarie. «Il Vangelo è scomodo», dice don Paolo. «Parla di stranieri, poveri, ultimi. Forse per questo viene usato a pezzi».
Fuori, le luminarie si accendono. Le persone passano, alcune si fermano, altre no. Il Natale cristiano continua a essere nominato, rivendicato, protetto. Ma raramente attraversato.

Una fede che non fa rumore

Nel silenzio di fine giornata, Teresa rientra a casa. «Domani vado a preparare i pacchi», dice. «È questo il mio Natale».
La fede, quando non è slogan, non ha bisogno di essere difesa. Si riconosce dai gesti, non dagli striscioni. E spesso passa inosservata, lontano dai riflettori, mentre qualcuno continua a usarla come parola d’ordine.

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