Il 25 dicembre, nel centro di accoglienza: la televisione è accesa senza volume. Scorrono immagini di messe solenni, auguri istituzionali, città illuminate. Nessuno guarda davvero. Qualcuno controlla il telefono, qualcun altro fissa il vuoto.
«A casa mia oggi non è festa», dice Samir, 41 anni, siriano. Vive in Italia da sette anni. La guerra lo ha preceduto, seguito, inseguito. «Quando sento parlare di tregua natalizia mi sembra una parola lontana».
Samir ha saputo la mattina stessa che un bombardamento ha colpito il quartiere dove vive ancora suo fratello. «Non so se sta bene. Oggi provo a chiamare, ma le linee vanno e vengono». Dice “oggi” come se fosse un giorno qualsiasi. In effetti, lo è.
Il tempo sospeso delle feste
Per chi vive lontano dai luoghi di guerra, il Natale è una parentesi. Per chi viene da quei luoghi, è un giorno come gli altri, con un peso in più. Le guerre non conoscono calendario, non rispettano festività, non fanno pause simboliche.
Nel pomeriggio, Amina esce per una breve passeggiata. Viene dal Sudan, è arrivata in Italia meno di un anno fa. «A dicembre là è sempre stato un mese difficile», dice. «Non per il Natale. Perché i combattimenti aumentavano».
Amina non segue le notizie. «So solo che non è finita». Lo dice senza rabbia. È una frase asciutta, definitiva.
Le guerre che non aprono i telegiornali
Alcuni conflitti occupano le prime pagine, altri scivolano ai margini. Eppure continuano. In Sudan, nello Yemen, nel Congo orientale, in Siria, in Afghanistan. Guerre “lunghe”, normalizzate, rese quasi invisibili.
«Quando la gente mi chiede se ora va meglio», racconta Samir, «non so cosa rispondere. Meglio rispetto a cosa?».
Nel centro, qualcuno ha preparato un pranzo semplice. Riso, pollo, pane. Si mangia insieme, senza rituali. «Non è triste», dice Amina. «È solo così».
La distanza che non protegge
Il Natale amplifica la distanza. Tra chi festeggia e chi aspetta notizie. Tra chi parla di pace come augurio e chi la considera una condizione concreta, misurabile, urgente.
«Quando sento dire “che questo Natale porti la pace”», dice Samir, «penso che la pace non arriva da sola. Qualcuno deve volerla davvero».
Non lo dice come accusa. È una constatazione, come molte altre.
Quando le luci si spengono
La sera, le immagini in televisione cambiano. Pubblicità, concerti, film. Fuori, il freddo. Da qualche parte, in un altro fuso orario, il rumore delle armi continua.
Il Natale finisce. Le guerre no.
Raccontarle anche nei giorni di festa non significa negare il bisogno di normalità. Significa ricordare che, mentre una parte del mondo celebra, un’altra continua a sopravvivere. Senza tregua, senza vacanze, spesso senza attenzione.
LEGGI TUTTO IL REPORTAGE
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
-
✴︎
