Siamo arrivati alla fine del 2025. Un anno che, a voler essere diplomatici, potremmo definire “complesso”.
A voler essere sinceri, è stato un anno stancante, rumoroso, spesso crudele.
Il 2025 è stato l’anno delle promesse di svolta e delle conferme peggiori: guerre che non finiscono, pace evocata solo nei discorsi ufficiali, diritti continuamente rimandati perché “non è il momento giusto”.
Eppure eccoci qui. Ancora a raccontare. Ancora a dissentire. Ancora a credere che non tutto sia perduto.
Abbiamo imparato, quest’anno, che la guerra è diventata una routine.
Una notizia che scorre sotto il meteo. Un aggiornamento tra lo sport e la pubblicità.
Una tragedia normalizzata.
Ma il 2025 ci ha insegnato anche altro: che esiste una parte di mondo che non si rassegna.
Che continua a manifestare, a scrivere, a prendersi cura.
Che non accetta l’idea che la violenza sia inevitabile e la pace un’utopia da anime ingenue.
Se questo è stato l’anno della stanchezza globale, allora il 2026 deve essere l’anno dell’ostinazione civile.
Non dell’illusione, ma della responsabilità. Non dei miracoli, ma delle scelte.
La pace non arriva da sola, non scocca a mezzanotte come i brindisi di Capodanno.
La pace è un lavoro quotidiano: fatto di giustizia sociale, diritti, ascolto, disarmo delle parole prima ancora delle armi.
Per il 2026 speriamo in meno leader che urlano e più cittadini che partecipano.
Meno confini blindati e più ponti reali. Meno slogan e più politiche che mettano al centro le persone.
Speriamo che la parola “sicurezza” torni a significare scuola, sanità, lavoro, welfare.
E non solo controllo, respingimento, paura.
Non vi promettiamo che sarà un anno facile. Ma vi promettiamo continuità:
continuare a guardare il mondo senza chiudere gli occhi, continuare a credere che il dissenso sia una forma di cura, continuare a pensare che essere pacifisti, oggi, sia l’atto più radicale che esista.
Il 2025 lo archiviamo così com’è: con le sue ferite aperte e le sue occasioni mancate.
Il 2026 lo apriamo con una speranza semplice, ma necessaria: che l’umanità torni ad avere la precedenza.
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